SVEGLIA: il Giornale d’Istituto, promosso e gestito da un gruppo di Studenti del nostro Liceo.

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“Natale buono” – di Flaminia Oddo

Numero n.01
Sommario:
  Anche in Sicilia splende il sole(di Flaminia Oddo e Giuseppe Provenzano)
  Apologia di reato: crimine o opinione?(di Irene Paternostro)
  Giovani per i giovani(di Flaminia Oddo)
Il viaggio sono i viaggiatori (di Costanza Melita e Rosario Madonia)
  L’oblio catturato(di Lucia Vintaloro)
  L’uomo che cade sulla terra(di Giuseppe Provenzano)
  Sulla cattiva strada(di Giuseppe Provenzano)
VanitasVanitatis (di Giusy Miceli)
Breve storia di un pezzo di terra (di Luca Virgadamo)
Voci di corridoio


ANCHE IN SICILIA SPLENDE IL SOLE

 L’ormai annosa questione dell’inagibilità̀ dei laboratori del terzo piano è uno degli argomenti più̀ scottanti del nostro istituto. L’impossibilità di riparazioni del tetto, per evitare le infiltrazioni, è stata causa di discussioni, incomprensioni e proteste e, col passare degli anni, il raggiungimento di una soluzione sembra più̀ che mai impossibile, soprattutto tenendo conto della mancanza di fondi statali e della lunghezza di un iter burocratico che, invece di venire in aiuto, rallenta qualsiasi iniziativa. Se solo si potesse fare qualcosa… le speranze purtroppo vacillano. Ma per scongiurare questo problema bisogna guardare alle possibili soluzioni e vie d’uscita, che, per quanto possano sembrare (o meglio , essere) utopistiche, ci devono spingere a non lasciar perdere, e anzi, a lottare ancor di più̀ (in modo sensato, ovviamente) per qualcosa che ci spetta. Sognando ad occhi aperti, come noi giovani (e non solo) sappiamo fare, vorremmo che la nostra scuola fosse non solo un luogo di formazione, ma anche di sensibilizzazione. Vorremmo che ci insegnasse ad essere pragmatici e concreti, ma senza abbandonare quella vena di sognatori che deve per forza appartenerci. Da qui, dall’unione tra le due componenti, nasce l’idea del fotovoltaico. Perché́ proprio il fotovoltaico? Intanto, cosa è di preciso un impianto fotovoltaico? È un impianto che fa parte dei cosiddetti sistemi di produzione pulita, non utilizza infatti sostanze nocive ma l’energia solare allo scopo di produrre energia elettrica. Questo avviene tramite dei moduli (realizzati in silicio), che vengono posti sulla superficie dell’edificio interessato e vengono solitamente orientati verso sud in modo tale da ottenere una maggiore esposizione solare e, conseguentemente, anche un miglior rendimento . La scelta del materiale non è un caso: il silicio infatti, oltre ad essere uno degli elementi più̀ abbondanti della crosta terrestre (è il principale costituente delle rocce), è anche un superconduttore, che quindi amplifica l’effetto dell’irraggiamento, ossia di quel fenomeno fisico che attraverso il movimento di atomi e molecole prevede la trasmissione del calore sotto forma di onde (di natura elettromagnetica). Torniamo adesso alla domanda iniziale: perché́ il fotovoltaico? Per vari e convenienti motivi, primo fra tutti la possibilità̀ di sbloccare e snellire le pratiche per la messa in funzione dei laboratori. Gli altri vantaggi sono tutti legati ad un fattore economico, perché́ col fotovoltaico si ha l’opportunità di ottenere un guadagno a lungo termine. Intanto, chi decidesse di passare all’energia solare, grazie all’abolizione delle incentivazioni statali, affronterebbe una spesa minima ed in pochissimi anni sarebbe possibile rientrare nei costi, senza contare la possibilità̀ di rivendere l’energia in sovraccarico o di accumularla per noi stessi. Ecco l’indipendenza energetica che il fotovoltaico garantisce: in poche parole, potemmo produrre la nostra energia. Questo comporterebbe una minore spesa in termini di  bollette, e le casse (dell’istituto, in questo caso) verrebbero di molto a rifiorire. E ancora, conviene soprattutto a noi siciliani, perché́ su 365 giorni, almeno 300 sono di sole, spesso molto forte: arriveremmo a coprire il nostro fabbisogno energetico in meno di niente, con la conseguente possibilità̀ di rivendere l’energia in eccesso. Oltre all’energia elettrica,però, un impianto fotovoltaico comporta anche un risparmio sulla produzione di energia termica, e quindi consentirebbe di conseguenza l’indipendenza energetica anche in fatto di riscaldamenti: in parole povere, non dovremmo più preoccuparci della presenza o meno di metano et similia. Tutto ciò̀ ci permetterebbe di rientrare dalle spese di installazione nel giro di pochi anni. Tutti questi fattori sono ovviamente legati anche ad un senso di rispetto verso l’ambiente, che verrebbe salvaguardato in caso di installazione dei moduli fotovoltaici: grazie infatti all’utilizzo dei pannelli ad energia solare, si riduce l’emissione di anidride carbonica, che è la principale responsabile dell’effetto serra. A questo proposito, un esempio di amore verso la natura in cui viviamo arriva proprio da un nostro vicino! A Lampedusa grazie ad una raccolta fondi promossa da Greenpeace è stato consegnato a Giusy Nicolini, sindaca dell’isola, un intero impianto fotovoltaico da installare sul tetto del municipio, grazie al quale l’isola risparmierà̀ l’esorbitante cifra di ventiduemila euro (22.000!!) in circa venticinque anni, ed inoltre ridurrà̀ le emissioni di CO2 di circa trecento (300!!) tonnellate. In fondo il “progetto fotovoltaico” andrebbe a far parte di quella serie di iniziative che Renzo Piano ( uno dei più̀ grandi architetti di sempre, nonché́ senatore a vita, certamente non il primo che passa…) descriveva in un famoso articolo uscito qualche tempo fa, intitolato “Rammendare”. Tale progetto prevede un enorme recupero dei piccoli centri o delle periferie delle grandi città al fine di ridare nuova linfa alla cultura dell’architettura. Renzo Piano parla di ricostruire i “polmoni del mondo”, realizzando delle aree verdi per diminuire le emissioni di CO2, come d’altronde avviene per il fotovoltaico. Inoltre, riuscire a compiere questa impresa di ripristino delle aree più̀ disagiate significherebbe offrire ai giovani maggiori opportunità̀ di lavoro e al contempo combattere quel malcostume edilizio che da anni vessa l’Italia. Significherebbe dare un colpo molto forte a tutti i palazzinari che hanno sempre banchettato alle spalle delle periferie, significherebbe abbracciare la via della legalità̀ e del progresso, significherebbe cancellare il ricordo di Tangentopoli e delle altre migliaia di casi di malaffare edilizio degli ultimi anni. Significherebbe volerci bene. E allora perché́ non provare? Perché́ rifiutare l’innovazione? Perché́ intestardirci con la nostra arretratezza? Rischiamo. “Eppure il vento soffia ancora” cantava Bertoli. Ecco, soffiamo assieme a questo vento di novità, questo vento che “bacia i fiori” ma “non li coglie”, un vento che sarà deciso ma delicato allo stesso tempo, un vento fresco e pungente, il vento di un nuovo spirito, di nuove coscienze. Abbiamo la possibilità̀ di un cambiamento. Abbiamo, per una volta, la possibilità̀ di farci sentire non solo perché́ “Sicilia=mafia”. Possiamo farci sentire perché́ siamo l’isola del sole e della bellezza, e potremmo esserlo anche dell’innovazione. Dimostriamo di essere vivi, dimostriamo che anche noi, se lo vogliamo, possiamo. Stacchiamoci dallo scoglio al quale siamo tenacemente abbarbicati, così ligi all’ “ideale dell’ostrica” di verghiana memoria. Tuffiamoci nel mare del progresso, per quanto selvaggio e sconosciuto possa essere. Credo ne valga la pena.

Di Flaminia Oddo e Giuseppe Provenzano.


APOLOGIA DI REATO: CRIMINE O OPINIONE?

La Costituzione italiana, ripetiamo da decenni, è tra le più belle al mondo, è intoccabile, è universale, laica, pacifista e antifascista.

Gli anni Cinquanta ci hanno regalato una legge che possiamo senza dubbio vantare: la Legge Scelba, che introduce per la prima volta, nella nostra nazione, il reato di apologia del fascismo.

Cos’è, dunque, questo famigerato crimine? È forse, come si è addirittura discusso, un reato d’opinione? È un vero crimine? E cosa vuol dire, per noi, apologia del fascismo?

La Legge Scelba ci dice che è reato non solo esaltare princìpi e comportamenti che siano tipici del disciolto partito fascista, ma anche organizzarsi in associazioni che ne ricalchino i motti, che ne espongano i simboli, che propugnino quell’ideologia razzista, discriminatoria e antidemocratica che riconosciamo in esso.

In una nazione in crisi, bisogna senz’altro mettere i valori al primo posto, lottare in prima persona per ciò in cui ognuno di noi crede, non temere di affermare a viso aperto e a voce alta i nostri ideali, e soprattutto riconoscere il vero significato della locuzione “schieramento politico”.

Lo schieramento politico è forse la mera indicazione del proprio partito d’appartenenza? Ovviamente no. Anche quella, però – l’indicazione del proprio partito d’appartenenza -, è qualcosa di così superficiale, tanto che abbiamo dimenticato ciò che realmente vuol dire?

Attribuiamo la nascita della politica così come la conosciamo alle civiltà classiche: Greci e Romani hanno colto la necessità di mettersi a servizio della propria comunità prima di noi. Ciò che chiamiamo schieramento politico altro non è che un’astratta collezione di valori nella quale ci riconosciamo, che rispecchi i lati più brillanti e quelli più oscuri del nostro animo e della nostra mente, che metta in luce le nostre elucubrazioni sul futuro altrui e nostro. Se riteniamo che l’uguaglianza e la condivisione siano fondamentali, il nostro schieramento lo indicherà; vale lo stesso principio se consideriamo importante la conservazione dei nostri beni.

La libertà d’opinione è forse una delle cose più importanti che ci rimangono, ma anche il concetto di “opinione” è ormai diventato tanto ampio da venire quasi distorto.

Opinione è quello che appare nel nostro cervello quando pensiamo. Opinione è il lato dal quale osserviamo una stessa cosa, è quello che esprimiamo mettendo due parole in fila quando vogliamo esprimere una considerazione. Opinione è un termine neutro dietro il quale troppo spesso schermiamo noi stessi e le nostre idee nocive e pericolose. Valori e disvalori danzano in modo folle e scomposto intorno a quel termine così abusato: opinione non può e non dev’essere ciò che è contrario all’umanità. Opinione non può essere un qualcosa che da un giorno all’altro decida di strappare povera gente dalle proprie case e di darla in pasto al mare o alle camere a gas o alle prigioni di Stato.

Opinione è ciò che ci piace e ciò che invece no; è il pensiero che si dirama in giro per la nostra mente quando assaggiamo un nuovo piatto e decidiamo se dire o no la verità a chi ce l’ha preparato. È qualcosa su cui riflettiamo in maniera cosciente, è il sottile equilibrio tra la luce e l’oblio.

L’opinione forma quello che siamo – un individuo è un puzzle di opinioni diverse, un agglomerato di sensazioni espresse attraverso parole ed espressioni.

Un individuo è colui che quotidianamente sceglie da che parte della storia stare – sceglie il bene o il male, il grigiore o i colori. Sceglie.

A voi che diffondete i simboli di un partito caduto, che ha fatto della brutalità e della rabbia e dell’esclusione e della punizione le sue fondamenta, chiedo quale sia la vostra opinione, quale sia la vostra scelta, perché a differenza di chi ha stilato la Costituzione voi non riteniate che esaltare fascismo e nazismo debba essere un reato… perché ci vorrebbe un bel po’ di coraggio liquido, un bel naufragio di cellule grigie, per decidere di decorare muri scolastici con delle svastiche pur essendo consapevoli che sia un reato punibile col carcere, giusto?

Qual è la vostra opinione della vita, dell’altro, del bene e del male? È quel sole che distrugge tutto quello che incontra e non lascia altro che macerie e morte? È la morte il vostro inno, quando, da ragazzi, potreste usare la vita per cambiare il mondo? Trovate che il vostro bel disegnino possa scatenare condivisione e applausi? O siete consapevoli di avere fallito in centinaia di modi diversi? Come cittadini, come studenti, come persone.

Reato d’opinione? Questo non lo è.

È un reato penale, un reato costituzionale, un male che va estirpato a mani nude, e sanato con una cultura migliore che costruiremo pian piano.

Dovremmo quasi ringraziarvi: è proprio a seguito di questi avvenimenti che, dall’altra parte della storia, ci rendiamo conto che la Resistenza non è mai finita, che forse non finirà mai, che forse questo è addirittura un bene, perché nessuno ci regalerà mai una libertà che non ci meritiamo.

E intanto stringiamo le mani di chi ha lasciato la sua anima sulle montagne per permettere a voi di scegliere un reato con la vostra testa, di prendere della vernice rossa e trafiggere il loro cuore.

Oggi e sempre, Resistenza.

Di Irene Paternostro


GIOVANI PER I GIOVANI

La scuola è la più bella delle opportunità che noi giovani possediamo, è un lungo percorso di crescita che ci trasforma, e tra la matematica e l’educazione fisica, improvvisamente diventiamo coscienti delle nostre capacità, del mondo fuori di noi, e di dover coniugare i due fattori, diventando attivi cittadini. La scuola è il più bello dei nostri diritti, ma al contempo ha anche essa i suoi doveri, si crea così un rapporto di collaborazione in cui il compito principale della scuola è quello di insegnare, in tutti i modi possibili, a diventare grandi, ha il compito di accendere in noi le scintille, di farci innamorare, di farci comprendere, di non farci dimenticare… Spesso però dimentichiamo che la scintilla, la bellezza, un insegnamento si nascondono dietro cose apparentemente banali, come una canzone, come un progetto , come un film. In verità sono le esperienze più inaspettate, meno tradizionali e forse proprio per questo più apprezzate, a lasciare in noi l’impronta maggiore, e quando proprio la scuola ci offre queste opportunità il binomio sembra essere compiuto. È questo il messaggio che ci ha lasciato “Una volta nella vita”, un film che parla di giovani per i giovani. Nonostante la tendenza tipica francese a rendere quasi fredda la narrazione, imponente si erge la figura di una professoressa, che a dispetto del resto del corpo docenti, vede una seconda (nel sistema scolastico un quarto anno) non come una classe “vivace” e senza speranze, ma come un gruppo in cui ognuno, nella propria individualità, può offrire il proprio contributo a costruzione di un progetto comune. Un progetto richiede ambizione, impegno e costanza, ma soprattutto richiede fiducia. E così nell’anno scolastico 2008-2009 dei ragazzi francesi che, data la realtà multietnica e laica, sembrano così diversi da noi, attraverso un progetto hanno imparato ad avere fiducia in loro stessi dirigendosi verso il futuro. Infatti è stato uno degli alunni di quella classe indisciplinata a voler fortemente condividere la sua esperienza e a cercare dei contatti affinché la loro storia potesse essere raccontata, rendendo possibile la realizzazione del film. E pensare che tutto ciò è partito tra i banchi di scuola! Apparentemente solo in parte adatto a celebrare la giornata della Memoria, “Una volta nella vita” si è rivelato molto più che un invito a non dimenticare, offrendoci importanti spunti di riflessione,  è inevitabile inoltre il parallelismo con il nostro istituto che da anni promuove “il Treno della memoria”. La testimonianza dei ragazzi che hanno vissuto questa esperienza è sconvolgente ed emozionante, la loro esperienza viene descritta come un cambiamento irrimediabile. <<Il treno della Memoria è una botta, un pugno in pieno viso che non acceca, anzi, stacca dall’ovattata  realtà quotidiana, per trascinarti di peso in ciò che è stato. È una tenaglia che attorciglia lo stomaco e lascia senza fiato e senza parole, una terapia d’urto. Ma è fondamentale, irripetibile, difficile da descrivere: tremenda e meravigliosa allo stesso tempo>>, raccontano. Essere trascinati in ciò che è stato, essere testimoni di ciò che non dovrà essere mai più, essere “Héritiérs” , eredi. Questo è il titolo originale del film che pone l’attenzione sui protagonisti della pellicola, e sul loro compito di essere eredi della memoria, essi pronunciano infatti il giuramento dei prigionieri sopravvissuti nel campo di Buchenwald. Un campo che tra l’altro, rimanendo in tema giovani, ci testimonia un evento sorprendente ed unico perché al momento della liberazione di questo campo vennero trovati circa 904 bambini, salvati grazie all’aiuto di uomini straordinari e protetti nei blocchi 66, 49 e 8, luoghi in cui le SS non osavano andare a causa di “una epidemia di tifo”. Quella di fare memoria è una necessità, oltre che una missione, la necessità di una riflessione non sterile, che ci permetta non di comprendere ma di far si che ciò che è stato non sia più. Perché comprendere sarebbe impossibile, ma non testimoniare significherebbe assolvere. Il punto cardine  su cui il sistema Nazista (e non solo) basava la sua azione si fondava sulla discriminazione, sulle differenze, sulla diversità stabilendo una sorta di gerarchia anche in base ai principi della nascente eugenetica. Il razzismo sembra un fenomeno distante dalle nostre realtà quotidiane, non siamo abituati a pensare per razze, non distinguiamo etnie, noi non abbiamo pregiudizi, eppure la discriminazione serpeggia silenziosa tra i telegiornali, tra le vie e persino tra i banchi di scuola. Siamo così abituati ad episodi di discriminazione che questi passano quasi inosservati. L’abitudine, cancro della società. Cos’è invece l’eugenetica? Qualcosa che fa veramente paura, va contro ogni principio bioetico ed è l’estrema conseguenza del razzismo, si tratta di teorie che mirano ad un artificiale e controllato miglioramento del patrimonio genetico umano, in nome di una purezza razziale più che di un effettivo vantaggio per l’individuo. Come se non si trattasse di esseri umani ma di oggetti su cui si ha la piena possibilità di decisone, un tema attualissimo se si considerano le moderne tecniche di ingegneria genetica, che se usate in modo a-morale, farebbero dell’uomo un creatore, con le possibili conseguenze che ciò comporta. Pensiamo agli effetti prorompenti di questi due elementi presi in esame, non è difficile adesso immaginare come il delirio, come la volontà maniacale di controllo abbia portato ad esiti tanto tragici. La ferocia di quegli avvenimenti è una ferita insanabile. Ma la società è certamente cambiata, dopo 72 anni ne abbiam fatta di strada! “E invece no” denuncia Brunori SAS,giovane ed apprezzato cantautore italiano, nel suo ultimo pezzo, “L’uomo nero”, che è più di un capolavoro! L’ombra della discriminazione sembra ancora perseguitarci e

 “Semina anche nel mio cervello

Quando piuttosto che aprire la porta

La chiudo a chiave col chiavistello

Quando ho temuto per la mia vita

Seduto su un autobus di Milano

Solo perché un ragazzino arabo

Si è messo a pregare dicendo il corano.”

 Parole che si commentano da sole costringendoci ad un esame di coscienza. Ricordandoci che, in fondo, il confine tra passato e presente è più sottile di ciò che comunemente si crede. Per esempio: prima dello sterminio degli ebrei, il programma di purificazione della razza era partita da un’idea abbastanza semplice: eliminare ciò che gravava sulle casse dello stato. Nessuna politica di austerity ma eliminazione fisica. Troppi erano i pazzi che gravavano sulle casse impedendo ai giovani cittadini sani e forti di poter meglio usufruire delle risorse dello stato. I commenti attualissimi sulle centinaia  di euro buttate via, sui trenta euro concessi dallo stato italiano agli immigranti, riecheggiano i problemi di matematica proposti, dalla Germania degli anni 40, a bambini della scuola elementare in cui veniva richiesto di calcolare quanto avrebbero potuto guadagnare le coppie di giovani sposi eliminate le spese complessive per sfamare i “diversi”. In una situazione politica quanto mai instabile e turbolenta, che testimonia ed insegna “la chiusura”, l’espulsione, noi giovani di oggi, lontani da complottismi, grazie ad esempi come quelli dei ragazzi del Liceo Léon Blum, vogliamo invece continuare a credere nel futuro e lanciare il nostro messaggio di eguaglianza, ricordando che la xenofobia, l’odio raziale, il bullismo, non sono mai da sottovalutare, non sono fenomeni isolati e passeggeri, né giochi da ragazzi che con l’età adulta verranno cancellati, sono fenomeni sociali pericolosi, tendenze che possono essere arginate soltanto attraverso dei sani valori. E con i giusti anticorpi potremo “dare al mondo una sistemata”. Perché il presente è nostro.

Di Flaminia Oddo


IL VIAGGIO SONO  I VIAGGIATORI

Dopo due settimane di occupazione, il risultato è stato chiaro: banchi rotti, cicche di sigarette, sedie spaccate, muri imbrattati, l’assordante silenzio di una scuola senza alunni. Inaccettabile il comportamento tenuto da tutti gli studenti, motivo per cui il Collegio Docenti ha deciso che per i ragazzi del Don Colletto quest’anno non sarà proposta né concessa alcun tipo di visita guidata. Non è chiaro il motivo o il fine di questa decisione. È una punizione? Vogliono darci una lezione? Secondo il Titolo VI 6.2 dello Statuto dei diritti e doveri delle studentesse e degli studenti, i provvedimenti disciplinari devono avere finalità educativa, tendere al rafforzamento del senso di responsabilità ed al mantenimento di rapporti corretti all’interno della comunità scolastica. Proibire un viaggio d’istruzione non ha nessuna finalità educativa, anzi c’è chi dice che viaggiando si imparano cose che tra le mura della scuola non si studiano. Non per niente i viaggi d’istruzione ormai non sono soltanto una consuetudine ma si inseriscono a pieno titolo nell’offerta formativa con obiettivi e finalità didattiche e di socializzazione (TAR Campania-Sentenza n°6909/2007). L’effettuazione dei viaggi d’istruzione e visite guidate deve tenere conto dei criteri definiti dal Collegio dei docenti in sede di programmazione dell’azione educativa (cfr.art.7,D. Igs. n°297/1994) e dal Consiglio d’Istituto o di circolo nell’ambito dell’organizzazione e programmazione della vita e dell’attività della scuola. Da nessuna parte però è mai stato stabilito che in caso di forme di protesta (in questo caso occupazione) sarebbe stata adottata come sanzione la proibizione dei viaggi d’istruzione. Pertanto l’obiettivo del Consiglio dei Docenti potrebbe non essere  tanto quello di punirci, ma  di educarci, far rendere conto a tutti noi che tra qualche anno, raggiunta la maggiore età, saremo chiamati a fare delle scelte e qualsiasi azione compiremo comporterà delle conseguenze. Ma è questo il metodo giusto per farlo? I viaggi di istruzione rappresentano una grande opportunità. Perché toglierci la possibilità di raccontare un giorno ai nostri figli la nostra esperienza? Soprattutto Il viaggio di quinto anno  è una tappa fondamentale nel percorso di ognuno di noi, quello che tutti attendono con ansia, l’ultima avventura da vivere insieme ai compagni che sono stati parte della nostra vita per cinque anni, partecipi delle nostre gioie e dei dolori, e che probabilmente non vedremo mai più o forse solo tra vent’anni. La scuola ci insegna ad affrontare le nostre paure, a superare gli ostacoli che ogni giorno possono presentarsi dinnanzi a noi, ad avere pazienza per superare i nostri limiti. E un viaggio allora? Nessuno ne ha mai fatto uno dove qualcosa non andasse storto e in quelle occasioni ha imparato a gestire le situazioni, a vivere il momento senza pensare troppo al futuro ma vivendo pienamente ogni secondo, e ha scoperto di essere più capace di quanto avesse mai pensato, constatando che la diversità non è un problema ma una ricchezza. In fondo, se ci pensiamo bene, tutta la nostra vita non è altro che un infinito cammino alla scoperta di ciò che non conosciamo: luoghi, tradizioni, cibi, persone, usanze, costumi, culture e, cosa più importante, noi stessi. Per molti infatti viaggiare è il miglior modo per imparare. È stato ampiamente dimostrato che apra la mente delle persone e permetta di conoscere diversi stili e modi di vivere. Quindi durante il periodo in cui un ragazzo studia e inizia a formare il proprio carattere, secondo gli studiosi, intraprendere un viaggio lo aiuta a maturare più velocemente e in maniera differente rispetto ai suoi coetanei. “I viaggi sono i viaggiatori, ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo” diceva Fernando Pessoa. Ed è proprio così: viaggiamo, partiamo alla ricerca di mondi nuovi ed esperienze mai vissute, e alla fine, senza rendercene conto, quello che scopriamo sempre di più è il nostro mondo, interiore, così infinito, cosi grande e bello, così pieno di idee che hanno bisogno soltanto di stimoli per spiccare il volo. Siamo giovani, forse è davvero soltanto l’entusiasmo dell’età questo desiderio insaziabile di ricerca, l’irrefrenabile voglia di fare esperienze nuove. Forse è una speranza vana quella di poter diventare noi stessi il riflesso del mondo che conosciamo, come diretta conseguenza delle cose belle e brutte che ci stanno intorno, o “Forse in fondo è vero che per essere capaci di vedere cosa siamo dobbiamo allontanarci e poi guardarci da lontano” (Daniele Silvestri)

Di Costanza Melita e Rosario Madonia.


L’OBLIO CATTURATO

Steve McCurry, ormai da quasi quarant’anni, è uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea.

La mostra “STEVE MCCURRY / ICONS”, presente a Palermo, sino al 19 Febbraio 2017, raccoglie oltre cento scatti che trasmettono la loro vera maestosità nell’insieme, ricreando nello spettatore, il viaggio complesso e totalizzante, ricco di emozioni, in un mondo non molto conosciuto.

McCurry ha immortalato ciò che, ad esempio, in India e Afghanistan, ha toccato la sua anima, mettendo in evidenza una condizione umana con sentimenti e sguardi, la cui fierezza afferma la medesima dignità.

Il sentimento trasmesso dalla visione non è univoco e finalizzatore e vacilla senza tregua, generando diverse sensazioni e curiosità, che permettono di attraversare frontiere reali, considerate insormontabili e sconosciute.

McCurry, in uno dei suoi viaggi intrapresi in collaborazione con il National Geographic, ha immortalato ciò, che poi ha rappresentato per anni, l’emblema della dignità del popolo afgano, che conosce la guerra, la violenza e la distruzione, ma che non si rassegna e non cede: la “Ragazza afgana”.

La “Ragazza afgana”, della quale oggi conosciamo il nome, Sharbat Gula, è una celebre fotografia scattata ad un’orfana dodicenne al campo profughi di Nasir Bagh, nei pressi di Peshawar (in Pakistan) nel 1884 e successivamente pubblicata sulla copertina della rivista National Geographic Magazine del numero di giugno 1985. 

McCurry mentre documentava la situazione dei profughi afgani dopo l’invasione, incontrò improvvisamente una ragazzina, che studiava in una scuola improvvisata all’interno del campo. Il reporter ebbe quindi la rarissima possibilità di fotografare una donna afgana e nonostante la ragazzina non avesse mai visto una macchina fotografica, accettò di farsi fotografare.

Il ritratto del suo viso, velato parzialmente dal drappeggio rosso, i suoi occhi verde acqua, disarmanti e pieni di umanità, e la sua espressione mista di paura, rabbia e voglia di riscatto sono diventati un simbolo del conflitto che dilania l’Afghanistan e allo stesso tempo di tutte le guerre che imperversano nel Medio Oriente. Lo scatto è stato addirittura «la foto più riconosciuta» della storia della rivista, e la copertina stessa è tra le più famose mai pubblicate dalla National Geographic.

L’identità della ragazza è rimasta sconosciuta per diciassette anni, poiché il governo afgano manifestava un atteggiamento ostile ai media occidentali, fino alla caduta del regime talebano ad opera dell’esercito americano nel 2001.

Nel gennaio 2002, quindi, Steve McCurry ebbe la possibilità d’intraprendere una ricerca sulle sue orme, per scoprire se la ragazza fosse ancora viva, con la collaborazione di un team di National Geographic. La squadra ebbe non poche difficoltà, considerando che molte donne si identificarono erroneamente con la Ragazza afgana.

McCurry riuscì a trovare la ragazza, dopo alcuni mesi di ricerche, in una regione remota dell’Afghanistan: si trattava di Sharbat Gula, ormai trentenne, sposata e madre di tre figlie. La sua identità, viste le esperienze precedenti, venne inoltre confermata con la tecnica della ricognizione dell’iride.

Quando McCurry ottenne il permesso di incontrarla di nuovo, le disse che la sua immagine era diventata famosa, ma Sharbat non era molto interessata alla fama, tuttavia si mostrò lieta quando seppe che la foto era diventata un simbolo della dignità ed abnegazione del suo popolo e accettò di farsi scattare un’altra foto.

Dopo l’incontro, McCurry affermò:

« La sua pelle è segnata, ora ci sono le rughe, ma lei è esattamente così straordinaria come lo era tanti anni fa »

Purtroppo il successo di quegli occhi non è bastato a regalare a Gula una vita migliore. Oggi, infatti, quella ragazza dal turbante color ruggine è indagata, in Pakistan, per corruzione e falsificazione di documenti, per ottenere la Carta nazionale di identità computerizzata e trentun anni dopo quel 1984 ci arriva una sua foto che niente ha a che fare con l’abilità di McCurry. Senza questo documento, i rifugiati afghani, come Gula, in Pakistan hanno una libertà molto limitata: non possono comprare una casa, aprire un conto in banca, insomma sfuggire dalla miseria delle baracche. Secondo alcune fonti, la donna si troverebbe ora ancora a Peshawar, ma presto potrebbe essere rimpatriata in Afghanistan, in quanto, da diversi mesi, Islamabad ha dato il via a una politica di rimpatrio dei milioni di profughi presenti sul proprio territorio. Ad aver fatto scalpore però, al di là delle ultime notizie sulla Ragazza Afgana, è il suo volto. Di lei, oggi, rimangono solo quegli occhi verdi, svuotati però di quelle emozioni che l’avevano resa un’icona. Ha vinto la sofferenza, che in volto le ha impresso più segni di quelli lasciati dal tempo. La sua storia è la storia di un popolo che lotta per la sopravvivenza, di quegli afghani arrivati in Pakistan dal 1979, dopo l’invasione sovietica del Paese.

Ora Steve McCurry e Gula si tengono in contatto ogni mese.

<<Il fermo immagine blocca nel tempo un gesto, un’azione. E ti consente di tornare a guardarla più volte. E magari ti offre un’emozione, o ti fa riflettere>>. (Steve McCurry)


L’UOMO CHE CADDE SULLA TERRA

Una delle domande che ha da sempre affascinato l’uomo è sapere se ci siano forme di vita sugli altri pianeti. Sì, insomma, la prospettiva di avere fratelli extraterrestri ovviamente coinvolge. Ci sarà vita su Marte, ad esempio? Forse in un futuro lontano riusciremo a scoprirlo, ma intanto dell’esistenza degli alieni ne abbiamo certezza, e non per merito di spedizioni o ricerche, no. A confermarcelo è il mondo della musica. Perché? Facciamo un esperimento: cerchiamo su Google “David Bowie”, dopodiché capiremo il motivo di quanto detto prima. Guardatelo: non ha un qualcosa di alieno? Lo sguardo perso di chi atterra su un altro pianeta, i tratti somatici così particolari, gli occhi di due diversi colori. E in fondo, David Bowie, al secolo David Robert Jones, non aveva solo l’aspetto fisico un po’ alieno. Aveva dalla sua una genialità fuori dal comune, abbagliante e anche assurda. In una carriera lunga cinquant’anni, Bowie è stato in grado di mutare, travestirsi e rinnovarsi continuamente. Proprio come un alieno. Tutto questo sempre riuscendo a evitare la banalità, e anzi, facendo emergere il suo lato trasgressivo. È stato un vero istrione, un rivoluzionario puro, l’Erasmo da Rotterdam del rock. È stato un precursore in tutto quello che ha fatto e sperimentato, dal punk al glam rock fino alla musica elettronica. David Bowie è riuscito nell’ impresa di non essere solo David Bowie: ha convissuto con tutti i suoi alter ego, personaggi che hanno segnato profondamente la cultura di massa: dal messaggero degli alieni Ziggy Stardust fino ad Alladin Sane e il suo iconico fulmine rosso sulla faccia, passando per il pirata Halloween Jack fino al periodo del Duca Bianco. E proprio l’avvento del Duca cambia la storia della musica. Siamo negli ultimi ‘70 e da lì inizia la cosiddetta “Trilogia Berlinese” (tre album capolavoro così denominati più per le sonorità minimal e aspre ispirate da band tedesche come i Neu!  che per un’effettiva collocazione geografica).

“ Low”, “Heroes” e “Lodger”, gli album in questione, sono vere e proprie pietre miliari della storia della musica, e ci fanno conoscere un’altra sfaccettatura del poliedrico Bowie. Perché il Bowie conosciuto fino ad allora viene completamente spazzato via, non c’è assolutamente più traccia di Ziggy Stardust e delle altre maschere. Adesso Bowie è il Duca, e con l’eleganza di un Duca, parla dei suoi sentimenti, mettendo da parte la trasgressione. Perché ascoltando quei tre album la componente intimista viene fuori e ci fa anche capire lo “zeitgeist” (lo spiego del tempo): atmosfere cupe e sonorità fredde ci fanno rivivere il clima del tempo, la Berlino divisa della Guerra Fredda. Dalla “trilogia” Bowie si porterà dietro soprattutto “Heroes”, forse il suo pezzo più famoso. Dopo la parentesi berlinese, che ricevette pareri contrastanti dalla critica, Bowie cambia ancora: arrivano gli anni ‘80, la gente ha voglia di ballare e allora…”Let’s dance”! Altro successo e vetta nelle classifiche. Da lì inizieranno i flirt con la musica elettronica, ennesima mutazione di un genio che non ha conosciuto epoca. Fino a “Blackstar”, il suo ultimo capolavoro, che sembra un vero e proprio testamento spirituale. In quest’ultimo disco è contenuta anche “Lazarus”, che si rivelerà profetica a proposito della sua morte. Già, la morte…anche quella da stella vera, subito dopo l’uscita del suo ultimo lavoro. Eutanasia? Probabilmente non lo sapremo mai, ma resta il fatto che David Bowie è rimasto la stella enorme di sempre, anche lì. Bowie è stato cantante, musicista, pittore, attore. È stato dannatamente alieno e maledettamente umano. È stato un personaggio tutto d’un pezzo: o si odia o si ama, senza mezze misure. E rimarrà inimitabile, come Cruijff nel calcio o Caravaggio nella pittura. Ci ha insegnato ad essere “Rebel Rebel”. Ci ha insegnato che “We can be Heroes just for one day.” Grazie a lui sappiamo che “There’s a Starman waiting in the sky”. E senza di lui “The stars look very different today.”

Di Giuseppe Provenzano.


SULLA CATTIVA STRADA.

Una della notizie che più ha suscitato clamore negli ultimi tempi è che Bob Dylan non è andato a ritirare il premio Nobel assegnatogli qualche mese fa. Mah. Ad ogni modo, scelte personali … contestabili, ma pur sempre personali. Piuttosto è importante porre l’accento sulla grande novità che è l’assegnazione di un Nobel per la letteratura ad un cantautore. Infatti, la scelta di attribuire questo premio proprio ad un cantautore è simbolo di un legame quasi parentale fra le due forme d’arte, è un modo per rendere la letteratura più accessibile a tutti, ma anche un modo per uscire dalle biblioteche e rimettersi in gioco, visto il grandissimo risalto mediatico che la musica ha. Insomma, probabilmente la canzone altro non è che poesia in musica, e per questa ragione, Bob Dylan può essere considerato “poeta” a tutti gli effetti, con buona pace dei puristi della letteratura e senza voler togliere nulla ad un Kerouac o ad un Thomas Elliot. Ma a potersi fregiare dell’ “aureola” di poeta (come diceva Baudelaire) da cantautore non è il solo Dylan: noi italiani, ad esempio, nel nostro inguaribile essere esterofili a tutti i costi, mentre inneggiavamo a Dylan (senza sapere nemmeno chi fosse, probabilmente) abbiamo dimenticato, eccezion fatta per qualcuno, un certo Fabrizio De André da Genova. Bene, in questo articolo, che mescola musica e letteratura, andremo alla scoperta di Fabrizio De André, perdendoci fra i carruggi della sua Genova e lasciandoci trasportare nelle storie dei suoi personaggi, ed alla fine capiremo  perché non sono del tutto impazzito quando dico che De André è meglio di Dylan. Parlando schiettamente, infatti, ritengo che Dylan sia sopravvalutato e il Nobel sia stato assegnato più che altro al personaggio, al suo status di mito intergenerazionale, di cantautore che ha segnato profondamente un’epoca. Con questo non si vuole  assolutamente sminuire la poeticità dei testi dylaniani: pezzi (o meglio, testi, appunto) come “Man in the long black coat” o “Mr.Tambourine Man” o ancora “A hard rain’s a-gonna fall”, fino a quelli più “mainstream” (da “Blowin’ in the wind” a “Knockin’ on Heaven’s doors” passando per “The times they are a-changin” e “Like a rolling stone”) sono assolutamente da inserire in qualunque antologia. Quello che fuoriesce dai testi di “Faber” (nomignolo dato a De André dall’amico Paolo Villaggio, dovuto alla predilezione del cantautore per i pastelli di marca Faber-Castel, appunto) però, è sicuramente una maggiore poeticità sul piano squisitamente letterario ed un maggiore impegno sociale dei testi. Perché laddove Dylan esprime nei suoi testi pensieri di protesta, ma in modo edulcorato ed addolcito, De André invece lo fa in un modo molto più dirompente, che va a toccare davvero i sentimenti. Insomma, verrebbe da dire che Dylan è per collegiali, De André assolutamente no. Perché Fabrizio è stato e continua ad essere un rivoluzionario vero, uno che ha elevato gli ultimi, salvandoli dall’oblio. Uno che ha cantato l’amore libero e senza pregiudizi della graziosa di “Via del Campo” o della Bocca di Rosa di turno, di gente che, in un modo o nell’altro, l’amore “lo faceva per passione”. Ma è stato anche cantore critico dell’ipocrisia, tanto quella del potere (cercate il testo di “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers”, dove canta “Re Carlo tornava dalla guerra, lo accoglie la sua terra cingendolo d’allor” dopo che lo stesso Carlo Martello aveva piantato in asso una prostituta senza nemmeno pagarla), quanto quella della borghesia (il “vecchio professore” della “Città vecchia”, che di giorno apostrofa una donna come “pubblica moglie”, ma che vi torna alla sera per placare le sue “voglie”). Fabrizio De André è stato uno che ha messo a nudo i controsensi e l’ipocrisia della Chiesa tramite l’ultimo per eccellenza, Tito,  il ladrone buono che “nella pietà che non cede al rancore” impara l’amore, quello dell’uguaglianza e della solidarietà che è il vero messaggio del Vangelo. E’ stato uno che ha schiaffeggiato il potere senza mezze misure: “Certo, bisogna farne, di strada/da una ginnastica d’obbedienza […] Però bisogna farne altrettanta per diventare così coglioni/ da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni”.  Faber ha ridato dignità al dialetto (“Creuza de ma”, disco tutto in dialetto genovese, è un vero e proprio inno per i popoli che hanno in comune l’essere bagnati da qualche mare) non curandosi delle logiche del mercato, e questo dovrebbe valere 1000 punti in fatto di letteratura. Ha cantato per primo l’amore omosessuale evitando la retorica od il perbenismo del caso. Ecco, tutta questa serie di cose fa sì che un Nobel a De André sarebbe stato quanto mai impossibile. La motivazione che ha spinto gli accademici di Svezia a conferire il premio a Dylan è la seguente: “per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”. Cosa assolutamente vera e tangibile, soprattutto. Ma un fatto più di ogni altro mi porta a pensare che questa sia stata una decisione “di facciata”, per così dire: il nome di Dylan era nell’orbita del Nobel già dal ’96… Perché per tutti questi anni la candidatura non è stata nemmeno vagliata e adesso magicamente vince, in barba a tante altre candidature autorevolissime (dalla nostra Dacia Maraini a Philip Roth passando per Milan Kundera)? Ecco, questo fa pensare ai più maliziosi che sia stato un premio alla carriera, visto  anche il comportamento decisamente sgradevole che Dylan stesso ha assunto in seguito, frutto anche di una certa incoerenza ideologica di fondo del buon Bob. Diciamo che Dylan ha saputo allegramente saltimbancare al seguito del potere (Obama è stato uno dei maggiori promotori dell’assegnazione del premio Nobel al cantautore americano), mentre De André si è sempre mantenuto coerente al suo pensiero, politico e non. Sopra ho citato le motivazioni del Nobel a Bob Dylan; bene, adesso mi voglio divertire un po’, improvvisarmi accademico…leggiamo insieme i possibili motivi di un Nobel a Fabrizio De André, allora: “Per aver, tramite le sue canzoni, innalzato gli umili, scorticando l’ipocrisia ed il perbenismo della società; per aver, inoltre, ridato dignità al dialetto, elevandolo a lingua interpopolare; infine, per aver fuso la canzone d’autore con la grande tradizione letteraria”. Ovviamente tutte queste sono solo congetture, o meglio, probabilmente sogni irrealizzabili. Quindi, comunque vada, lunga vita a Bob Dylan e ben venga il suo Nobel. Ma volete mettere il piacere di andare “in direzione ostinata e contraria”?

Di Giuseppe Provenzano


VANITAS VANITATIS

Chi sono io per parlare di arte con voi che state leggendo adesso? Cosa dovrei scrivere sull’arte per voi? Quale delle tante sfaccettature dovrei fare emergere? Per quanto ne sappiamo, tutto è arte: un disegno, un dipinto, una scultura, un testo, una canzone, uno spartito, un suono, un lavoro svolto da un artigiano, un cibo tradizionale, uno spettacolo di burattini, un paesaggio naturale, un disegno di un bambino, una fotografia, persino una parola. Il termine stesso contiene in sé quel pizzico di fascino che sprona alcuni ed annoia altri. Eppure l’arte e tutte le sue forme hanno il compito di esprimere, anche in maniera inconsapevole, ciò che di più di soggettivo c’è dentro l’artista che plasma quell’opera. Proprio perché è espressione di soggettività, non si può esprimere attraverso un unico linguaggio artistico, anzi esistono diverse chiavi d’interpretazione. Vi sembrerà assurdo ma quella materia che può risultare noiosa, non è così inutile o banale. L’arte è nata inconsapevolmente, non l’ha chiesto, non l’ha programmato, però è nata. Come? Da uomini altrettanto inconsapevoli di ciò a cui stavano dando origine. Potrei citare come esempio l’arte figurativa degli uomini primitivi, o le “statuette” di Venere di Willendorf. Sicuramente abbiamo studiato queste opere tra i banchi di scuola ma ci siamo mai chiesti cosa realmente ci sia dietro? Nessuno di loro sapeva che quei tratti che segnavano tra le pareti delle caverne fossero arte, la prima forma d’arte. La storia dell’arte è una vita all’indietro, il fermo immagine di un attimo. Ѐ anche un viaggio attraverso le culture, i momenti e i popoli.

La prima tappa del nostro viaggio è un piccolo paesino dell’entroterra lombardo, vicino Bergamo, dove ebbe inizio la storia di un grande pittore italiano, Michelangelo Merisi (o Amerighi), noto come “il Caravaggio”. Si formò tra Milano e Venezia e fu attivo a Roma, Napoli, Malta e anche in Sicilia. I suoi dipinti, che combinano un’analisi dello stato umano, sia fisico che emotivo, con un drammatico uso della luce, hanno avuto una forte influenza formativa sulla pittura barocca ma hanno influenzato, direttamente o indirettamente, anche la pittura dei secoli successivi, tanto da costituire un vero e proprio filone, detto “Caravaggismo”. Scavando tra le informazioni che ci sono giunte dal passato, si evince chiaramente che Caravaggio aveva una personalità particolarmente irrequieta: era permaloso, violento e attaccabrighe; basti pensare al famoso episodio della lite provocata a Roma, nell’Osteria del Moro. Il nostro ordinò un piatto di carciofi, e quando il garzone gli portò il piatto che aveva ordinato, Caravaggio insistette nel sapere quali fossero carciofi all’olio e quali invece fossero al burro; il garzone rispose che bastava odorarli per capirlo e a quel punto il pittore si alterò, lanciando il piatto di carciofi in faccia al garzone, ferendolo e cominciando ad inseguirlo con la spada sguainata. Provate ad immaginare la scena. Proprio un tipo tranquillo, il nostro Caravaggio!  Un altro episodio cruciale della sua vita fu quello in cui, essendosi reso responsabile dell’omicidio di Ranuccio Tommasoni, per un motivo a dir poco banale (un fallo durante una partita a pallone), Caravaggio fu condannato a morte. Forse da queste due vicende è più facile comprendere il motto che Caravaggio coniò e rese suo, che potrebbe essere definito piena espressione della sua vita avventurosa: “Nec spe nec metu” (Né con speranza, né con timore) e il nostro Caravaggio, sicuramente, non aveva timore.

 Parlando del suo stile, la rivoluzione di Caravaggio si manifesta nel naturalismo che troviamo nelle sue opere, espresso nei soggetti dei suoi dipinti, che sembrano quasi uscire improvvisamente dal buio della scena. Per la realizzazione dei suoi dipinti, infatti, Caravaggio posizionava nel suo studio delle lanterne in posti specifici, dipingeva osservando la vera natura della luce e dell’ombra e si affidava ai contrasti di colore, per far sì che i modelli venissero illuminati solo in parte, lasciando il resto del corpo immerso nel buio dell’ambiente. Ogni espressione e atteggiamento,  ogni singolo gesto e movimento è accompagnato dal sentimento percepito tramite l’osservazione del vero, come se l’artista cogliesse tutto attraverso uno specchio, esprimendo così il dramma della realtà,  riuscendo così a creare quell’effetto ricercato che costituisce un tratto distintivo della sua pittura. Nei quadri del periodo giovanile prevalgono il senso dell’effimero, la sensualità e la malinconia, la compassione cristiana. I particolari sono resi con una precisione minuziosa e con un’attenzione tecnica. La pittura del Caravaggio aveva come modelli persone reali, spesso scelte tra il popolo, e partiva dalla natura, sua unica fonte di esperienza ed ispirazione.

Dopo questo primo antipasto, che ne pensate di entrare con me dentro un celebre dipinto di Caravaggio? Piccolo indizio: si trova a Roma, nella Galleria Nazionale d’Arte Antica, al Palazzo Barberini. Non vi viene in mente nulla? Stiamo parlando di colui che l’inarrivabile Dante Alighieri, nel III canto del Paradiso, descrive come colui che “corse nell’error che accese amor fra l’uomo e il fonte”. Per farla breve, stiamo parlando del dipinto “Narciso”,  in cui possiamo notare la trasfigurazione di un episodio della mitologia greca in epoca moderna:  secondo il celebre mito, il cacciatore Narciso (in greco antico: Nàrkissos), figlio della ninfa Liriope e del dio fluviale Cefiso, famoso per la sua bellezza, disdegna ogni persona che lo corteggia, per esempio la bella ninfa Eco. Gli dei, stanchi per questo sua atteggiamento, decidono di punirlo: un giorno, fermandosi nei pressi di un fiume, infatti, Narciso nota una figura attraente che gli fa perdere la testa. Caravaggio riesce ad immortalare in modo molto accurato Narciso, in vesti rinascimentali, nel  momento che precede la scoperta dell’inganno dovuta alla punizione divina. La figura di cui si innamora Narciso, infatti, non è altro che la sua immagine riflessa: nel tentativo di baciarla, cade nel fiume e muore.

Osservando il dipinto sorge sicuramente la domanda: Come ha fatto Caravaggio a realizzare alla perfezione il riflesso?

Vi andrebbe  di giocare a carte? Beh, forse non è il momento, ma la tecnica utilizzata da Caravaggio è detta proprio a “carta da gioco”. Creando una composizione assolutamente simmetrica, infatti, all’immagine superiore corrisponde un’immagine inferiore perfettamente identica nella realizzazione, ma posizionata in maniera inversa. L’ambientazione non è particolarmente ricca, ma è buia e cupa, proprio per focalizzare l’attenzione dell’osservatore su Narciso. Risulta interessante il volto del giovane, che sembra quasi sapere cosa gli stia per accadere. Guardando quest’opera con superficialità, non si nota altro se non la rappresentazione rinascimentale di un mito antico. Ma cosa si potrebbe ricavare, scavando più a fondo?

Il termine “narcisista”, nel linguaggio comune, si utilizza per indicare una persona egocentrica, che si sente superiore agli altri. In psicologia, il termine “narcisismo” fa rifermento ad un disturbo della personalità che consiste nell’amore eccessivo che una persona prova per sé stessa e nell’ammirazione incondizionata e compiaciuta delle proprie azioni. Direste mai che la persona migliore da affiancare ad un narcisista è colui che ha scarsa autostima? Così dicono gli psicologi.

Il nostro dipinto, dunque, potrebbe rappresentare a pieno l’inganno. Narciso, infatti, viene ingannato dalla sua stessa immagine: questo dovrebbe portarci a considerare che non bisogna essere troppo sicuri e fieri di sé, perché si potrebbe finire per amare qualcosa di noi che, benché ci attragga, sarebbe bene che ci respingesse. 

Di Giusy Miceli


Breve storia di un pezzo di terra

Ĕ sempre in auge la storia di una Sicilia dominata e usurpata, che non si sia saputa sollevare per fronteggiare  dominatori stranieri e  illegalità  diffusa.  Questa storiella ripetuta trova fondamento in alcune vicende della terra di trinacria, ma comunque smentita da molti altri episodi in cui i siciliani consapevoli delle loro forze e dei loro diritti hanno combattuto coraggiosamente per farsi valere.

Quello  che era in’epoca romana il granaio dell’impero  e prima ancora florido insediamento greco ha vissuto nel suo periodo alto medievale storie e vicende  parecchio movimentate tra arabi, bizantini e normanni che molto hanno donato e sicuramente molto hanno preso da questa nostra terra. Dominio dopo dominio il centro del mare, che per l’epoca era al centro del mondo, divenne, attraverso i tanti  inciuci classici alle famiglie nobiliari del XII secolo, dominio degli svevi, al secolo Hohenstaufen (non era necessario, ma il nome fa fig… ehm è aulico)  che fecero fiorire le svariate culture che vivevano in piena armonia per queste terre. Sotto l’egida di questi  mecenati germanici,  nacque la scuola poetica siciliana, che fece da precursore alla poesia volgare italiana; dall’armoniosa fusione  della civiltà araba e di quella normanna nacquero edifici meravigliosi e un sistema legislativo che, rifacendosi a quello bizantino, poteva fare solo invidia al resto mondo conosciuto.

Ma gli eredi del Barbarossa erano fin troppo scomodi e angioini e papato fecero non poco per levarseli dai piedi, la terra degli aranci divenne appannaggio degli Angiò, che furono dei governanti ben poco amati, dopo il fulgore precedente. Ridussero allo stremo l’economia, il sistema feudale e, alla fine anche la pazienza dei nostri antenati che, nel 1282 si ribellarono al vespro, dando inizio a un centenario di guerre, e pur non dichiarandosi sudditi, misero sul trono gli Aragonesi. Per altro legittimi eredi dato il matrimonio fra Pietro d’Aragona e Costanza di Svevia.

Di questa rivolta generale ne approfittarono pero nel tempo  i nobili e gli aristocratici, che concentrarono nelle loro mani grandi privilegi e enormi appezzamenti di terreno, impedendo qualsiasi sviluppo delle tecniche agricole ma anche della società, dalle campagne ai grandi centri. La situazione rimase invariata fino agli albori dell’800, quando diventò estenuante, tanto che il re Ferdinando IV( di Borbone, non abbiamo passati pochi come avrete capito)  fu costretto a promulgare una costituzione, detta del 1812 per l’anno in cui fu promulgata: il feudo non sarebbe più esistito e su modello inglese sarebbe avvenuta una spartizione di terreni simile all’”enclosure act” . Ma che non fu mai applicata perche furbamente il sovrano abolì il regno di Sicilia in cui era valida la costituzione, per unirlo a quello di Napoli. I Borbone la passarono poi liscia nei moti del 1820, e se la videro ancora più brutta  nel 1848 quando fu la Sicilia a dare avvio a una serie di rivoluzioni che presero il nome di primavera dei popoli. Nell’anno rivoluzionario si distinsero varie figure centrali, fra cui Francesco Crispi, che diventerà centralissimo nel successivo regno d’Italia , il Borbone di turno non si fece scrupolo di sparare sulla folla come fin troppe volte era accaduto. Poi nel 1860, il fardello dell’arretrata  Sicilia passo al nuovo  regno d’Italia.

Il regno unito e unificato si conquistò la Sicilia grazie alle masse di contadini che si rifugiarono nella promessa di una redistribuzione e si guadagnò per la sua causa i favori della classe borghese a cui era ancora inviso il fallimento della rivoluzione del 1848.  Garibaldi e i mille furono catalizzatori dello spirito di cambiamento ovunque presente in Sicilia al punto che molti fra braccianti e borghesi partirono al seguito delle giubbe rosse, ma alcuni contadini presi dal cambiamento pretesero la riforma dei campi immediatamente,decidendo di prenderli direttamente ai nobili che li possedevano e divenendo incontrollabili,finendo per ricevere piombo dagli stessi donatori di speranza a Bronte, a Caronia e Francaviglia. Il grano che migliaia di persone coltivavano con tutte le proprie forze era anche la loro condanna, coltivato con mezzi già arretrati e in territori ristretti concessi dal padrone, al fine di mantenere i prezzi artificiosamente alti. Il proprietario dava ai contadini a stento il  minimo sostentamento per le loro famiglie numerose. Mentre nelle miniere lavoravano i bambini e nelle città non c’era ombra di industria e quindi di lavoro.

Il nuovo regno d’Italia aveva preferito investire sul nord, tenendo buono il sud grazie agli influenti aristocratici e alle loro forze sul campo, i campieri che , approfittando dell’assenza del signore di turno si stavano sostituendo a lui come alle già deboli forme di apparato statale presenti sul territorio: in pratica, si stavano trasformando negli embrioni della associazioni mafiose. Di questa gravosa situazione di fine ottocento i siciliani non erano più in condizione di farsi  carico, dunque un po’ spontaneamente un po’ organizzandosi, i contadini si stufarono di fare fasci di spighe e i minatori di estrarre per nulla e senza alcun diritto. Decisero di lavorare solo alle condizioni che avrebbero posto ,e per farlo al meglio divennero loro dei fasci. Rifiutarono Verga e il suo verismo in cui nulla poteva cambiare se non in peggio, decisero di lottare per ottenere finalmente qualcosa. Ignorati da un governo in cui si sperava tanto date le origini del primo ministro. Il già citato, ex rivoluzionario, mazziniano Francesco Crispi, che non si era pentito dei suoi trascorsi giovanili e risorgimentali, ma che semplicemente doveva rendere conto a un elettorato  che comprendeva solo il 7 % della popolazione che ovviamente era composto in buona parte da aristocratici, latifondisti e industriali del nord.  I “Fasci Siciliani dei Lavoratori” nacquero a Catania, dove  questi uomini e donne  trovarono supporto nel politico Giuseppe de Felice Giuffrida, che formalizzò il movimento, poi arrivò Palermo con Nicola Barbato, Corleone con Verro e così via per tutta la regione che,  quasi senza accorgersene divenne esempio e nuova frontiera dei movimenti socialisti e sindacalisti di tutto il mondo. Si organizzarono e compattarono al meglio la lotta per le riforme: si chiedevano stipendi più dignitosi (si parla di poche lire che come valore non sono neanche convertibili in un odierno centesimo) e pasti decenti nelle giornate di lavoro, o in altre zone venivano chiesti  piccoli appezzamenti di terreno, che erano lasciati incolti, da sfruttare in “cooperativa”. Ma sebbene il movimento fosse formato dalla stragrande maggioranza dei lavoratori continuava a essere ignorato. Bisognava agire, si scioperò si manifestò e si occuparono i trasandati feudi e demani, ma non si andava su queste terre a campeggiare: veniva infatti rivendicata la proprietà del terreno smuovendo la terra e seminando, rendendo quasi impossibile vanificare questo lavoro. Non potendo togliere di seme in seme, i gabelloti decisero di prevenire e in questo caso o erano direttamente loro a sparare o lo facevano i carabinieri, raggiungendo così una prima intesa stato- mafia, e questo avvenne a Caltavuturo, dove tredici contadini morirono a colpi di fucile. Ma questo non fece che raddoppiare gli sforzi e il movimento assunse un comitato centrale e stabilì le richieste comuni a tutte le sezioni dei fasci, descritte nei patti di Corleone. I lavoratori siciliani stavano riscattando la loro dignità e si prendevano quello che volevano, quando questo non gli veniva dato.  I gentiluomini che non si muovevano da Palermo si “scantarono”, con loro la retrograda Chiesa siciliana e i mafiosi. Il rinnovato(nel senso che era di nuovo li a fare il fac-simile di Bismarck) governo Crispi dichiarò lo stato d’assedio  e mandò  l’esercito. La cosa la dovettero risolvere con la forza, pur di ristabilire il disordine malavitoso del sud. I vertici vennero arrestati, poi silenziosamente col tempo assassinati dalla mano della mafia (come Verro nel 1915 a Corleone che nel frattempo era divenuto sindaco e portava avanti le idee del movimento sciolto ormai da anni).Molti uomini, che non facevano che avvalersi dei propri diritti di uomini, vennero scannati come maiali. Per ottenere l’ufficializzazione  della riforma agraria ci volle il 1947 e, tra lo scioglimento dei fasci e l’ottenimento della riforma, nessuno rimase in silenzio a guardare. E’ certo dunque che la Sicilia, quantomeno in queste pagine di storia velocemente descritte, non si sia arresa all’ingiustizia o al dominio straniero o interno che fosse, anzi, questo pezzo di terra ha combattuto fino alla morte per un semplice pezzo di “Libertà”. Intera vita di molte persone.


VOCI DI CORRIDOIO

Sorrise

Vidi un uomo in mare
cui cuore silente
spegneva un urlo

Ondeggiava
nel pelago
esanime

Egli
creatura
fuggita dalla guerra

In penombra
afferrò
il primogenito

Sorrise.

Le lacrime
si assimilano
nel mare

Una goccia di pianto
solcò
il padre

“Lottate
per la nostra
vita”

L’animo paterno
sorvegliava
dal più puro celeste